# 9 – L’Editoriale – Il tutto nel frammento – di Fabrizio Centofanti

Siamo abituati a relegarci ai margini della realtà, forse anche per i contraccolpi del processo di globalizzazione, che mette tutti nello stesso calderone con il risultato di togliere importanza a molti. la conseguenza è che perdiamo sempre più il senso della nostra consistenza, personale e comunitaria: viviamo in seconda o terza persona, come di riflesso, finendo col non prenderci sul serio e col considerarci comparse in uno spettacolo di cui non saremo mai protagonisti.
A questo punto è urgente innescare un processo contrario, in cui la nostra vita si accolga di nuovo come verità, al pari di tutti gli attori della storia umana: considerare che nel nostro frammento si trova il tutto, che in ogni dettaglio c’è il dna completo. Questo ridarebbe fiato alla nostra corsa che, in caso contrario, si ridurrebbe a una frenesia insensata.
Il discorso vale anche per la rete, la cui crescita esponenziale potrebbe circoscrivere nell’insignificanza molte voci che sembrano destinate all’oblio: bisogna ricuperare la coscienza del fatto che ogni espressione umana racchiude una dignità incalcolabile. Tale inversione di tendenza causerebbe anche una salutare rinascita della responsabilità personale e sociale, perché chi si rende finalmente conto del suo valore intrinseco non può accettare processi di degradazione e banalizzazione nella sua attività comunicativa. Il proliferare dei siti e dei blog in rete non sarebbe più un inutile dispendio di energie, ma una sinfonia di voci utili a dare un’immagine più adeguata dell’uomo e della donna contemporanei.
Su questa linea è necessario far crollare miti duri a morire: quello, ad esempio, di non meglio verificate età dell’oro, in cui le cose sarebbero state vere, giustificate, fondate: lo sono anche oggi, allo stesso livello; non c’è nessuna ragione di credere che il tempo presente debba essere declassato di fronte ad altre epoche del pensiero e dell’azione. Si tratta di riconquistare il “qui ed ora”, di riappropriarci della nostra originalità e unicità, di riprendere in mano la nostra vita.
Inutile ripetere il discorso dei motivi per cui l’assetto sociale occidentale tenta con ogni mezzo di ribadire l’insignificanza di persone e gruppi, fingendo una politica contraria di valorizzazione: il mercato vuole clienti docili che siano costretti a scelte obbligate. Ma è arrivato il momento di liberarci dalle catene e di gridare forte e chiara la nostra volontà di essere noi stessi individualmente e socialmente.
E’ evidente che il ruolo che la letteratura può giocare, in queste dinamiche, è essenziale, proprio perché affonda le radici in ciò che non è riducibile alla banalizzazione esistenziale. Scrittori e poeti hanno una vocazione insostituibile: quella di ricordarci che ogni gesto, parola, pensiero, in qualunque coordinata spazio-temporale, ha la possibilità di cambiare il mondo, di trasformarlo in qualcosa di migliore.

2 Commenti

2 risposte finora ↓

  • Maria Concetta Battista // Giugno 10, 2007 a 7:17 am | Replica

    Caro Fabrizio,

    Il tuo articolo mi riporta alla poetica caravaggesca dell’hic et nunc,
    il qui e ora, e mi ritorna in mente il bellissimo quadro di Caravaggio
    custodito nella cappella Contarelli
    Di San Luigi dei Francesi: Il martirio di San Matteo.
    Il punto focale del quadro, l’unico elemento di centralita’, e’ il
    triangolo costituito dalle due figure del carnefice e del santo. Per il
    resto e’ quasi inconcepibile quanto lo spazio sia proiettato nella
    modernita’, cioe’ sia frutto di una vorticosa forza centrifuga che si
    sprigiona dal centro a rapidi raggi, ed e’ come se investisse gli
    astanti.
    Caravaggio decide qui di forzare anche l’ultimo residuo dello spazio
    rinascimentale, assegnando alle figure – guarda l’ignudo di spalle – dei
    volumi, delle grandezze proporzionali non congrue, e tutta questa
    movimentazione che lui crea, alterando le scale dimensionali e
    frantumando lo spazio rinascimentale, acuisce il
    senso di tensione che regna durante l’esecuzione di un assassinio reale,
    cioe’ non
    e’ un dipinto omogeneo, armonico, volutamente pero’. Si tratta di un
    dipinto estremamente teso e nervoso, sia nella costruzione dello spazio
    che nella distribuzione dei presenti, drammatico, vedi l’urlo del
    chierichetto che Caravaggio
    inserisce con successo, e che l’aiuta tra l’altro a distribuire
    centrifugamente il dinamismo all’interno del dipinto, e questo spazio
    crea la tensione di un omicidio reale. Infatti la vera grande novita’
    caravaggesca non e’ solo la luce, ma e’ soprattutto il suo concetto di
    Historia. Per lui la storia sacra non dev’essere piu’ come succedeva
    fino al 500 presentata o rappresentata, ma puo’ e deve essere vissuta
    come eternamente presente, cioe’ la raffigurazione non deve solamente
    presentarsi come un momento lontano nei secoli e ormai non piu’
    percepibile,ma deve essere un hic et nunc, un qui ed ora che si rinnova
    continuamente, proprio come la rivelazione e la grazia, che sono a
    disposizione di tutti i viventi, in qualsiasi epoca essi vivano.
    Nel quadro Matteo subisce il martirio, trafitto dalla mano sacrilega del
    carnefice,
    ma la luce della redenzione che si riflette sulla tunica bianca del
    santo, che come candido agnello sacrificale si consegna alla morte,
    inonda anche il corpo del carnefice e degli astanti. La luce in
    Caravaggio ha sempre valenza mistica, e’ la
    luce della grazia che ci bagna e ci salva. Questa salvezza non e’
    circoscritta ad
    un determinato periodo del tempo e della storia, ne’ indirizzata ai soli
    meritevoli,
    ma e’ sempre viva e presente, si ripete anche qui e ora,mentre lo
    spettatore che
    osserva il dipinto,vincendo le leggi spazio temporali, si ritrova a far
    parte di quella
    scena, partecipa allo svolgersi degli eventi insieme al pubblico del
    quadro, ed e’
    chiamato ad accogliere la grazia.
    La materia secondo la cultura seicentesca, nasconde una realta’ piu’
    sottile,
    quella metafisica.
    Forse con uno sguardo piu’ penetrante si puo’ cercare di valicare la
    materia
    e riappropriarsi del valore del simbolo, per vincere lo sgomento
    dell’uomo
    contemporaneo nei confronti del vuoto e dell’isolamento, per sentirsi
    come tu
    dici, ” il tutto nel frammento”.

    Titti.

    P.S. se l’allegato non si apre, ti porto una riproduzione del quadro.

  • fabrizio // Giugno 10, 2007 a 9:57 pm | Replica

    splendido commento, Titti: meriterebbe di essere pubblicato come articolo a parte. sei una grande esperta di Caravaggio, e si vede.
    un caro saluto
    fabrizio

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